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La teologia del cinghiale
18 Settembre 2018

La teologia del cinghiale, di Gesuino Némus, è il romanzo al centro del “Tesoro dello scriba”, la rubrica di San Bonaventura informa a cura di fra Emanuele Rimoli, docente di Antropologia teologica.

«Sardegna, luglio 1969. L’isola, dipinta con toni nostalgici, appare come un mondo d’altri tempi, separato dai “continenti” e regolato da codici atavici.
Nei giorni in cui tutto il mondo assiste incantato allo sbarco sulla luna, il piccolo paese di Televras (Ogliastra) diventa teatro di una serie di eventi misteriosi e grotteschi: due ragazzini si trovano coinvolti in un duplice omicidio.

Il primo è Trudìnu Matteo, figlio di un latitante e bambino di straordinaria intelligenza che sfoggia un improbabile curriculum: organista dotato di orecchio assoluto, capo chierichetto, lettore a messa, professionista dei sacramenti e, da ultimo ma non meno importante, "diceva a memoria, senza aiutino, i nomi di tutti i diavoli presenti sulla terra: erano 333, sottodiavoli compresi".

L’altro è l’orfano Gesuino Némus, da tutti considerato minus habens, che non parla, ma sogna di diventare scrittore – “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole” (Un matto), compaiono le parole di De Andrè a dare voce espressiva alla complessità di questo ragazzino.

Gesuino è la voce narrante e il punto d’osservazione dei fatti, almeno fino a quando non “invita” il lettore a mettersi nei panni perfino di un gipeto e a osservare la scena dagli occhi di questo uccello – trovata geniale, che sprigiona un effetto unico e magico, dato che coinvolge la natura onnipresente per l’intera narrazione. Entrambi i bambini vivono nella canonica, sotto l’ala protettrice del parroco del paese, don Cossu “un sardo gesuita, praticamente un mostro”». (E. R.)


Leggi qui l'articolo integrale (pag. 25).
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fonte: Seraphicum Press Office