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L'enciclica Humanae vitae dopo mezzo secolo di discussioni
09 Luglio 2018

Il 25 luglio ricorrerà il cinquantenario della Humanae vitae, l’ultima enciclica di papa Paolo VI. San Bonaventura informa ha avviato, dal mese di aprile, una rubrica per rileggere il documento sotto diversi aspetti. Nell’ultimo numero del mensile, proponiamo una sintesi del pensiero del beato Paolo VI e del dibattito ancora in corso. A fare il punto su questo delicato tema è fra Domenico Paoletti, docente di Teologia fondamentale e vicario del Sacro Convento di Assisi.

«Giovanni XXIII nel marzo del 1963 aveva istituito una Commissione di studio per vagliare i diversi pareri sulle nuove questioni riguardanti la vita coniugale, in particolare il giusto modo di regolare la natalità. La Commissione fu confermata ed allargata da Paolo VI, sempre attento a meglio comprendere la complessità dei problemi.

Dopo cinque anni di studio pervenne a conclusioni che il papa ritenne di non poter accettare, sembrandogli che si discostassero dal costante insegnamento della Chiesa sulla dottrina morale del matrimonio. Avvertì quindi l’urgenza pastorale di un orientamento. Paolo VI parte da una visione integrale dell’uomo, colta e accolta all’interno della vocazione e del progetto creatore di Dio Padre.

L’enciclica Humanae Vitae presenta una visione anagogica dell’amore umano, lo guarda cioè dal punto di vista di Dio, e invita ad avere uno sguardo contemplativo sull’amore coniugale. Dio ha istituito il matrimonio per realizzare nell’umanità il suo disegno di amore: "Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite" (HV 8).

Benedetto XVI, nel Discorso per il 40° dell’enciclica, afferma chiaramente che "la parola chiave per entrare con coerenza nei suoi contenuti [dell’HV] rimane quella dell’amore".

Anche Paolo VI, in un’epoca di profondi cambiamenti socio-culturali che ha proprio nel ’68 la data emblematica, ricorda la dottrina tradizionale che distingueva tra fine primario del matrimonio (procreativo) e fine secondario (unitivo). L’enciclica, in questo proseguendo sulla strada tracciata dal Concilio (che non istituiva più alcuna gerarchia dei fini), segna insieme l’approfondimento e il superamento della distinzione, per rendere più evidente l’unità dell’atto umano e la sua integrità secondo una visione olistica della persona. I fini si compiono e si completano l’uno nell’altro, e non l’uno senza l’altro». (D.P.)


Leggi qui l'articolo integrale (pag. 9).

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fonte: Seraphicum Press Office