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"Liberaci dal male" e la coscienza di essere peccatori
15 Gennaio 2021

Leggi qui l'articolo integrale (a pag. 13)


Prosegue, in San Bonaventura informa, la lettura del Padre nostro dalla fine al principio. In questo numero fra Emanuele Rimoli approfondisce il "Liberaci dal male" e la coscienza di essere peccatori, "la maniera per esprimere allo stesso tempo la supplica e la fiducia nell’attraversare il tempo che viviamo come una gestazione".

«L’ultima invocazione della preghiera del Signore - annotava Agostino - comporta una costatazione tanto semplice quanto disarmante: "Chi chiede di essere liberato dal male, nello stesso tempo confessa che è nel male". Una dichiarazione di debolezza certamente, che si specchia nel canto di Mosè: "Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato" (Es 15,2). In effetti riconoscere la propria debolezza significa lasciar cadere le rivendicazioni di una propria giustizia, aver scoperto che la propria forza risiede altrove, e aver riposto speranza e fiducia in Colui che non solo può salvare ma è anche il godimento, l’esultanza per la salvezza, appunto il canto.

Tu che sei la forza e il canto nella tristezza, la roccia e il ristoro negli affanni, il chiarore e la pace nell’intreccio dei pensieri, il volto e la dolcezza nella crudeltà dei giudizi – liberaci dal male!

"Dio ha un unico ordine d’amore, pieno e impassibile, verso tutti, e un’unica sollecitudine, per coloro che sono caduti e per coloro che non sono caduti" (Isacco il siro). E la supplica dell’orante non può che rivolgersi a questa scandalosa benevolenza di Dio che accomuna nella stessa benedizione giusti e ingiusti indistintamente (cf. Mt 5,45).

Motivo per cui Massimo il Confessore riconosce nella benevolenza la porta d’accesso a questa benedizione: "Il giusto Giudice non libererà né dalla tentazione né dal maligno chi non ha cancellato i debiti ai suoi debitori, quand’anche lo supplicasse per mezzo delle parole della preghiera".

Detto altrimenti: quando davanti ai fratelli non si difende alcuna giustizia se non quella di Dio che è amore per tutti, quando l’unico debito che si trattiene è quello di manifestare la compassione del Padre per tutti, allora cadranno i legacci del male e potremo godere i rapporti e la vita stessa nell’amore di Dio per tutti. Se dunque la porta è la compassione, la condizione è la coscienza di essere peccatori, perché il cuore sia trovato povero di pretese e rivendicazioni, e abbia accesso alla letizia del Regno di Dio (cf. Mt 5,3)». (E.R.)

 

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fonte: Seraphicum Press Office