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Siamo tutti sulla stessa metafora, alla ricerca di cura
02 Dicembre 2020

Leggi qui l'articolo integrale (a pag. 12)


"Siamo tutti sulla stessa metafora", alla ricerca - indotta dalla pandemia - di un lessico che consenta di esprimere la sofferenza per il momento difficile e doloroso che stiamo attraversando e che possa, in qualche modo, essere anche consolatorio. Ci accompagna in questa scoperta Vincenzo Rosito, mostrando in San Bonaventura informa come la parola cura sia divenuta quanto mai comune, espressione di un diffuso bisogno di essere consolati e sostenuti.

«Ritornano alla mente le parole pronunciate da papa Francesco, lo scorso 27 marzo in Piazza San Pietro: pensavamo «di rimanere sani in un mondo malato» e invece siamo tutti sulla stessa barca! Una barca comune, per l’appunto.

Quella preghiera è stata definita "sociale" non solo perché ha delle ricadute sulla realtà della convivenza umana. La preghiera è sociale quando disegna una nuova inclusività, quando si sforza di guardare a una collettività più grande: l’humana communitas ovvero la barca su cui tutti siamo, uomini e donne del nostro tempo, la barca dell’umano che è in comune. Quella pronunciata da Francesco è una preghiera sociale perché prospetta un modo alternativo per dire il globale e la globalizzazione, perché sconvolge, riconfigura e riposiziona gli ordini di priorità.

È proprio vero che la pandemia ci sta rivoltando come zolle, sta mettendo a nudo le nostre parti più nascoste, proprio come accade alle zolle di terra quando l’aratro scava in profondità e le ribalta.

Questo inatteso passaggio della storia sta sconvolgendo, riconfigurando e riposizionando gli ordini di priorità. Per dare un nome a quello che ci sta accadendo il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea, ha usato un’immagine efficace. La pandemia - dice - sta funzionando come un grande acceleratore a livello sociale. In questo tempo tutti quanti, in un modo o nell’altro, ci siamo affrettati a fare cose che avremmo imparato probabilmente nel corso dei prossimi dieci anni.

Ne è un esempio il modo con cui stiamo rapidamente digitalizzando la formazione scolastica e accademica. È interessante notare come le esperienze drammaticamente comuni riescano a smuovere l’uso delle parole. La pandemia spinge l’umanità verso la ricerca di un nuovo lessico espressivo.

La necessità di articolare la sofferenza e il turbamento che assale tutti, sollecitano l’uso di metafore condivise ed efficaci. In qualche modo stiamo riscoprendo l’utilità accomunante e consolante della metafora. All’improvviso l’immagine della barca comune, della zolla rivoltata o dell’acceleratore sociale non sono futili prerogative del linguaggio poetico. Ragionare per metafore diventa un modo per esprimere il desiderio di consolazione e di cura che tutti profondamente nutriamo in questo tempo». (V.R.)

 

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fonte: Seraphicum Press Office