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Continuità e discontinuità tra corpo terreno e corpo risorto
22 Ottobre 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 29)


Continuità e discontinuità tra corpo terreno e corpo risorto è il nuovo passo che fra Domenico Paoletti compie nella rubrica "Corpo ed eternità" di San Bonaventura informa. Un viaggio per riflettere, di mese in mese, sulla risurrezione della carne e sulla Risurrezione di Gesù.

«Il tentativo di approfondire la verità della risurrezione della carne, al centro della fede cristiana – se è vero che a Pasqua noi cristiani celebriamo non un’anima sopravvivente, ma un corpo risorto, e la "gloria" come irradiazione di Dio in questo corpo -, ci ha portato a riflettere sulla Risurrezione di Gesù: fondamento, oggetto e motivo di credibilità del cristianesimo.

A questo fine ci siamo soffermati sulla corporeità del Risorto in parte già anticipata almeno allusivamente nella Trasfigurazione, e sui suoi segni: tra il sepolcro vuoto, le apparizioni del Risorto e la novità di vita dei cristiani. La novità pasquale abbraccia totalmente il modo umano di essere ed esprime la corporeità nella sua dimensione più integrale risanata e purificata dalla morte, portando così a compimento la logica e la dinamica trasformativa che è al cuore dell’humanum.

Ecco perché nell’articolo precedente ponevamo al centro la "trasformazione", declinata come "una possibile categoria per leggere la corporeità eterna". L’intento che anima ed orienta tutta la nostra riflessione è la sinergia tra ragione e fede; anzi il presupposto è la convinzione fondata - e in parte anche argomentata - che la fede sia intrinseca alla ragione e la ragione intrinseca alla fede.

La rivelazione cristiana e la corrispondente fede chiedono sempre il correlato "logos" filosofico e la corrispondente apertura libera dell’humanum, per poter essere accolte e annunciate adeguatamente all’homo viator. "Adeguatamente", cioè in un modo che sia per lui recepibile, e che nello stesso tempo lo provochi a spingere oltre la riflessione e la speranza.

La nostra ricerca è motivata dalla fede, non estranea all’humanum: la fede non è una sovrastruttura, ma esprime la profondità e la compiutezza proprie dell’humanum nella libertà di ascoltare, relazionarsi e affidarsi. Allora, dopo aver premuto soprattutto il pedale biblico e teologico, spostiamo ora l’attenzione sul registro più filosofico-antropologico, sempre all’interno del collegamento fede-ragione; meglio, della circolarità di teologia e filosofia». (D.P.)

 

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fonte: Seraphicum Press Office