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#SBi news: LA PACE E I SUOI TESTIMONI, NELLO SPIRITO DI ASSISI
20 Ottobre 2020


di Elisabetta Lo Iacono


Tutto è connesso, non può esistere una prospettiva di futuro basata sull’io e non sul noi, così come ogni guerra è la sconfitta non del perdente di turno ma di tutto il genere umano. La lezione della pandemia è forse la più rigorosa cui siamo stati sottoposti da lungo tempo, a ogni latitudine e longitudine. Non a caso l’Incontro internazionale di Preghiera per la Pace “Nessuno si salva da solo – Pace e Fraternità”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, e svoltosi oggi pomeriggio a Roma, ha unito nel minuto di silenzio la memoria delle vittime di tutte le guerre e della pandemia. Anche la difficile sfida sanitaria che stiamo vivendo è una sorta di “guerra” dalla quale dobbiamo apprendere che siamo un unico popolo e nessuno può salvarsi da solo bensì con la fraterna partecipazione di tutti.

Un appuntamento giunto alla 34ma edizione e nato sulla scia dell’incontro convocato, il 27 ottobre del 1986 ad Assisi, da Giovanni Paolo II con i leader delle diverse religioni per pregare assieme, ognuno secondo la propria fede, per il dono della pace. Da qui nacque quello “spirito di Assisi” come dialogo tra le diverse religioni, che ha caratterizzato anche questo evento romano.

Prima la preghiera in luoghi distinti (i cristiani con papa Francesco, Sua Santità Bartolomeo I e il Vescovo Heinrich, Presidente del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania nella Basilica di S. Maria in Aracoeli, gli ebrei nella Sinagoga, i musulmani nella Sala Rossa, i buddisti nella ex chiesa di Santa Rita, i Sikh e gli Indù nel Convento dei Francescani), quindi l’incontro del Papa con i leader religiosi sulla Piazza del Campidoglio e a seguire il discorso del fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È stata quindi la volta degli interventi dei leader religiosi chiusi da Francesco.

Nella sua omelia papa Francesco ha sottolineato come il ricorrente “Salva te stesso!” del passo evangelico di Marco (Mc 15,25-32), indirizzato dai tanti a Gesù sulla croce, è “una tentazione cruciale, che insidia tutti, anche noi cristiani: è la tentazione di pensare solo a salvaguardare se stessi o il proprio gruppo, di avere in testa soltanto i propri problemi e i propri interessi, mentre tutto il resto non conta. È un istinto molto umano, ma cattivo, ed è l’ultima sfida al Dio crocifisso”.

Proprio alla croce dobbiamo guardare per ampliare lo sguardo oltre noi stessi: “sul Calvario è avvenuto il grande duello tra Dio venuto a salvarci e l’uomo che vuole salvare se stesso; tra la fede in Dio e il culto dell’io; tra l’uomo che accusa e Dio che scusa. Ed è arrivata la vittoria di Dio, la sua misericordia è scesa sul mondo”, tanto che “le braccia di Gesù, aperte sulla croce, segnano la svolta, perché Dio non punta il dito contro qualcuno, ma abbraccia ciascuno. Perché solo l’amore spegne l’odio, solo l’amore vince fino in fondo l’ingiustizia. Solo l’amore fa posto all’altro. Solo l’amore è la via per la piena comunione tra di noi”.

E proprio riguardo all’amore, papa Francesco ha sottolineato come “Dio non viene tanto a liberarci dai problemi, che sempre si ripresentano, ma per salvarci dal vero problema, che è la mancanza di amore. È questa la causa profonda dei nostri mali personali, sociali, internazionali, ambientali”.

Nell’incontro sulla Piazza del Campidoglio papa Francesco ha sottolineato come proprio le religioni possono diventare strumento di pace: “il comandamento della pace è inscritto nel profondo delle tradizioni religiose. I credenti hanno compreso che la diversità di religione non giustifica l’indifferenza o l’inimicizia. Anzi, a partire dalla fede religiosa si può diventare artigiani di pace e non spettatori inerti del male della guerra e dell’odio. Le religioni sono al servizio della pace e della fraternità”.

Un “mai più la guerra” che riporta all’appello di papa Paolo VI nel 1965 alle Nazioni Unite perché - ha sottolineato Francesco - “mettere fine alla guerra è dovere improrogabile di tutti i responsabili politici di fronte a Dio. La pace è la priorità di ogni politica. Dio chiederà conto, a chi non ha cercato la pace o ha fomentato le tensioni e i conflitti, di tutti i giorni, i mesi, gli anni di guerra che hanno colpito i popoli!”.

Al termine dell’incontro ecumenico, la lettura dell’Appello di Pace Roma 2020 e il passaggio dello stesso - come un prezioso testimone - dai leader religiosi ad alcuni bambini per consegnarlo a loro volta agli ambasciatori e ai rappresentanti della politica nazionale ed internazionale presenti all'evento.
La cerimonia si è conclusa con alcuni gesti simbolici: l’accensione del candelabro della pace, la firma dell'appello e il segno della pace.



L’APPELLO DI PACE
Convenuti a Roma nello “spirito di Assisi”, spiritualmente uniti ai credenti di tutto il mondo e alle donne e agli uomini di buona volontà, abbiamo pregato gli uni accanto agli altri per implorare su questa nostra terra il dono della pace. Abbiamo ricordato le ferite dell’umanità, abbiamo nel cuore la preghiera silenziosa di tanti sofferenti, troppo spesso senza nome e senza voce. Per questo ci
impegniamo a vivere e a proporre solennemente ai responsabili degli Stati e ai cittadini del mondo questo Appello di Pace.

In questa piazza del Campidoglio, poco dopo il più grande conflitto bellico che la storia ricordi, le Nazioni che si erano combattute strinsero un Patto, fondato su un sogno di unità, che si è poi realizzato: l’Europa unita. Oggi, in questo tempo di disorientamento, percossi dalle conseguenze della pandemia di Covid-19, che minaccia la pace aumentando le diseguaglianze e le paure, diciamo con forza: nessuno può salvarsi da solo, nessun popolo, nessuno!

Le guerre e la pace, le pandemie e la cura della salute, la fame e l’accesso al cibo, il riscaldamento globale e la sostenibilità dello sviluppo, gli spostamenti di popolazioni, l’eliminazione del rischio nucleare e la riduzione delle disuguaglianze non riguardano solo le singole nazioni. Lo capiamo meglio oggi, in un mondo pieno di connessioni, ma che spesso smarrisce il senso della fraternità. Siamo sorelle e fratelli, tutti! Preghiamo l’Altissimo che, dopo questo tempo di prova, non ci siano più “gli altri”, ma un grande “noi” ricco di diversità. È tempo di sognare di nuovo con audacia che la pace è possibile, che la pace è necessaria, che un mondo senza guerre non è un’utopia. Per questo vogliamo dire ancora una volta: “Mai più la guerra!”.

Purtroppo, la guerra è tornata a sembrare a molti una via possibile per la soluzione delle controversie internazionali. Non è così. Prima che sia troppo tardi, vogliamo ricordare a tutti che la guerra lascia sempre il mondo peggiore di come l’ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità.

Ci appelliamo ai governanti, perché rifiutino il linguaggio della divisione, supportata spesso da sentimenti di paura e di sfiducia, e non s’intraprendano vie senza ritorno. Guardiamo insieme alle vittime. Ci sono tanti, troppi conflitti ancora aperti.

Ai responsabili degli Stati diciamo: lavoriamo insieme ad una nuova architettura della pace. Uniamo le forze per la vita, la salute, l’educazione, la pace. È arrivato il momento di utilizzare le risorse impiegate per produrre armi sempre più distruttive, fautrici di morte, per scegliere la vita, curare l’umanità e la nostra casa comune. Non perdiamo tempo! Cominciamo da obiettivi raggiungibili: uniamo già oggi gli sforzi per contenere la diffusione del virus finché non avremo un vaccino che sia idoneo e accessibile a tutti. Questa pandemia ci sta ricordando che siamo sorelle e fratelli di sangue.

A tutti i credenti, alle donne e agli uomini di buona volontà, diciamo: facciamoci con creatività artigiani della pace, costruiamo amicizia sociale, facciamo nostra la cultura del dialogo. Il dialogo leale, perseverante e coraggioso è l’antidoto alla sfiducia, alle divisioni e alla violenza. Il dialogo scioglie in radice le ragioni delle guerre, che distruggono il progetto di fratellanza inscritto nella vocazione della famiglia umana.

Nessuno può sentirsi chiamato fuori. Siamo tutti corresponsabili. Tutti abbiamo bisogno di perdonare e di essere perdonati. Le ingiustizie del mondo e della storia si sanano non con l’odio e la vendetta, ma con il dialogo e il perdono.

Che Dio ispiri questi ideali in tutti noi e questo cammino che facciamo insieme, plasmando i cuori di ognuno e facendoci messaggeri di pace.


fonte: Seraphicum Press Office