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#SBi news: FRATELLI TUTTI, IL SOGNO E LA MAPPA PER UNA NUOVA FRATERNITÀ
04 Ottobre 2020


di Elisabetta Lo Iacono

 

Fratelli tutti è l’enciclica per disegnare e sognare un mondo nuovo, inclusivo e fraterno. Ancora una volta papa Francesco ha tratto ispirazione da san Francesco d’Assisi: dopo averne preso il nome, è la seconda enciclica - l’altra è la Laudato si’ - che si ispira al Poverello. Significativa, poi, la scelta di firmare il documento sulla tomba del Santo, a conclusione della messa celebrata ieri nella cripta della Basilica di San Francesco.

Fratelli tutti, con titolo e incipit tratto dalle Ammonizioni di Francesco d’Assisi, è un grande progetto universale, un impegno di vita e di servizio, un invito alla fraternità e all’amicizia sociale, abbattendo ogni muro per costruire ponti di fratellanza, solidarietà e giustizia. Papa Francesco trova un modello di questo stile appunto in frate Francesco, nella sua volontà di aprire un dialogo anche con il "diverso" (viene citato l’episodio dell’incontro in Egitto con il Sultano Malik-al-Kamil). Un uomo, Francesco, nel quale "la fedeltà al suo Signore - si legge nell’enciclica - era proporzionale al suo amore per i fratelli e le sorelle". Francesco d’Assisi, dunque, come testimone del dialogo - primo passo per costruire relazioni - in quanto "egli non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio", "un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna", il fautore di quella minorità che rende piccoli dinanzi a ogni creatura.

Nell’enciclica, articolata in otto capitoli, si trovano raccolte molte riflessioni del Papa già conosciute sulla fraternità e l’amicizia sociale, una sorta di summa della sua visione del mondo che è scritta nelle parole e azioni di questo pontificato proteso alla ricerca del dialogo (pensiamo all’incontro ad Abu Dhabi e al documento sulla fratellanza, sottoscritto assieme al Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb), finalizzato a recuperare e costruire quel rapporto fraterno con l’altro. Ancor più in un momento difficile come quello che stiamo attraversando per la pandemia, sopraggiunta mentre papa Francesco era impegnato nella stesura dell’enciclica e quindi ulteriore spunto di riflessione sulla indispensabilità di una visione globale del cammino dell’umanità. Come non pensare al momento straordinario di preghiera del 27 marzo scorso, nel pieno del lockdown, con quella invocazione di aiuto a Dio elevata in mondovisione da una piazza San Pietro deserta, battuta dalla pioggia e sotto la coltre di un comune sbigottimento.

Ieri come oggi papa Francesco sottolinea come ci si trovi tutti su una stessa barca, come il Covid-19 abbia infranto tante false sicurezze e come, per uscire dalle acque tempestose, sia quanto mai necessaria una sinergia, ricordandoci che "nessuno si salva da solo" e che è indispensabile un ripensamento degli stili di vita, delle relazioni, dell’organizzazione della società e della nostra esistenza.

Ma come procedere in questo contesto, come ritrovare il bandolo di una matassa intricatissima, come uscire da una crisi dalle tante facce e recuperare un sano equilibrio mondiale? Fratelli tutti rappresenta una sorta di mappa nella quale sono evidenziati precipizi e strade a fondo chiuso, ma anche il cammino per giungere a un rinnovato ordine mondiale, caratterizzato da un nuovo sguardo che deve partire da ciascuno di noi. Un sogno comune perché si possa sognare "come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!".

Punto di partenza è la constatazione dei tanti fattori che ostacolano la fraternità, di quei sogni che finiscono in frantumi dinanzi allo specchio dell’attualità, come la disparità di diritti, la povertà, le logiche del mercato, la cultura dello scarto, le ferite inferte alla democrazia, alla libertà e alla giustizia, l’egoismo e tutti quei mali che caratterizzano una società nella quale sembra essersi smarrito anche il senso della storia. Papa Francesco punta il dito contro un modello culturale unico che finisce per unificare il mondo ma dividere le persone, ricorrendo all’efficace immagine di Benedetto XVI secondo cui "la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli".

Un importante riferimento viene fatto anche ai mezzi di comunicazione che, se non integrati dalla costruzione e coltivazione di contatti reali, finiscono per allontanare dalla vera percezione della realtà, avviluppando in un "circolo virtuale" che non permette l’incontro diretto con l’altro, fatto di ascolto, di confronto, di condivisione reale della vita.

Una prossimità, insomma, che rischia di venire meno e alla quale papa Francesco invita citando l’esempio del Buon Samaritano, facendo un deciso balzo oltre i personali pregiudizi, interessi, barriere culturali. Un passaggio che evidenzia come un nuovo mondo solidale non si possa costruire a tavolino ma con la partecipazione di tutti, reimparando a non girare le spalle verso chi soffre, sanando l’indifferenza con una rinnovata compassione, sentendo sulle proprie spalle la corresponsabilità nella costruzione di un nuovo ordine mondiale.

Da qui la realizzazione di un mondo aperto che non può reggersi se non sulle relazioni interpersonali e su una apertura all’amore come strada di accesso alla comunione universale, promuovendo l’educazione al dialogo, la solidarietà, il diritto alla dignità di ogni persona indipendentemente dalla sua origine ma in un’ottica di un mondo senza frontiere e con pari diritto all’accesso dei suoi beni.

"Un cuore aperto al mondo intero", con un fecondo interscambio, una gratuità che si fa accoglienza verso i migranti, invitando a "pensare non solo come Paese ma anche come famiglia umana", offrendo risposte indispensabili a chi fugge da crisi di varia natura e che ha diritto - come membro di un’unica famiglia – di vedere riconosciuti i propri diritti, come i servizi essenziali, una formazione, un lavoro, la libertà religiosa, l’inserimento sociale. Quanto può promuovere una "governance globale".

Proprio per questo il Pontefice dedica un capitolo alla "migliore politica" che sa mettersi al servizio del bene comune come espressione della vera carità. Una politica che sappia riconoscere il valore del popolo e, al contempo, rifugga dal populismo, mettendo in campo "l’amore sociale" che permette di trovare convergenze, anche nelle diversità, al fine di individuare soluzioni ai problemi aperti. L’enciclica fa riferimento anche all’ONU per il quale si auspica una riforma che "possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni". Una voce che si leva chiara in quanto "benché la Chiesa rispetti l’autonomia della politica, non relega la propria missione all’ambito del privato".

Ecco che il dialogo e l’amicizia sociale tornano con forza nel testo dell’enciclica, con un capitolo interamente dedicato al tema: "avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo ‘dialogare’. Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare". Ma bisogna farlo con la gentilezza che rappresenta "una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire ‘permesso’, ‘scusa’, ‘grazie’".

Possono così aprirsi "percorsi di un nuovo incontro", basati su solidi presupposti che il Papa individua in azioni caratterizzate dalla verità, da un "artigianato della pace", dalla memoria, dal perdono che non significa dimenticare bensì "rinunciare ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva che ha fatto del male", rifuggendo dalla vendetta ma cercando la giustizia per il rispetto delle vittime, per prevenire nuovi crimini e tutelare il bene comune. Ferma la presa di posizione contro guerra e pena di morte. La guerra "non è un fantasma del passato ma è diventata una minaccia costante" che "lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato", "un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni". Quanto alla pena di morte -si legge - "san Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera chiara e ferma che essa è inadeguata sul piano morale e non è più necessaria sul piano penale, quindi il Papa invita a non scorgere nella pena una vendetta bensì a guardare a un processo di guarigione e recupero sociale dei condannati.

Infine, l’enciclica affronta il tema del ruolo delle religioni al servizio della fraternità nel mondo, ricordando la necessità che sia garantita la libertà religiosa per i credenti di tutte le religioni, sottolineando come sia fattibile un cammino di pace tra i differenti credo e come la violenza sia solo espressione di una deformazione della religione tanto che "talvolta la violenza fondamentalista viene scatenata in alcuni gruppi dall’imprudenza dei loro leader".

Nell’ottica di un dialogo anche tra le religioni, papa Francesco propone in chiusura dell’enciclica l’appello alla pace, alla giustizia e alla fraternità sottoscritto con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, propone due invocazioni - Preghiera al Creatore e Preghiera cristiana ecumenica - e sottolinea le fonti di ispirazione del documento, ovvero san Francesco d’Assisi, Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi "e molti altri". Con un ultimo pensiero rivolto al beato Charles de Foucauld: "Egli andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano. In quel contesto esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello (…). Voleva essere, in definitiva, ‘il fratello universale’. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti. Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi".


Leggi qui l'enciclica.


fonte: Seraphicum Press Office