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Il vescovo di assisi su nuova enciclica e fraternità
02 Ottobre 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 2)

In attesa della visita di papa Francesco ad Assisi, in programma domani alla vigilia della memoria liturgica del Poverello, dove firmerà la nuova enciclica Fratelli tutti, proponiamo l’articolo di mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi, per San Bonaventura informa nel quale sottolinea come sia questa una preziosa occasione per riflettere sul vero senso della fraternità.

«Vangelo e fraternità sono i pilastri della spiritualità di Francesco di Assisi. Come sorprendersi se papa Francesco, volendo consegnare un’enciclica sulla fraternità, abbia pensato di venire a firmarla ad Assisi, ponendola sotto lo sguardo ispirante del Poverello?

Un modo forse per dire che il discorso sulla fraternità deve congedarsi dalle parole e passare ai fatti! Troppe parole vuote - persino a volte di stanca ritualità, nella stessa liturgia - confinano questa parola tra gli ideali più osannati quanto disattesi dell’umanità.

Come dimenticare che l’epoca moderna, nello scoppio utopico e sanguinoso della rivoluzione francese, pose la "fraternité" tra gli ideali del mondo "nuovo"? "Liberté, égalité, fraternité": è chiaro a tutti, alla prova dei fatti, che di questa triplice bandiera rivoluzionaria, proprio la fraternità presenta il triste bilancio di una bancarotta totale. Si può forse dire fraterno un mondo nel quale un piccolo numero di straricchi concentra nelle sue mani la ricchezza mondiale mentre i poveri sovrabbondano e tanti vivono nelle condizioni più estreme?

Si può dire fraterno un mondo in cui ancora si investe in armi distruttive mentre a tanti mancano pane e medicine? Si può dire fraterno un mondo in cui la colonizzazione, conclusa come espressione di una pseudo-civiltà di dominio ammantata di paternalismo, continua sordamente nei maneggi di un condizionamento economico e culturale delle regioni più povere del mondo? Si può dire fraterno un mondo in cui tra le religioni è ancora così faticoso dialogare mentre dentro gli stessi mondi della fede gruppi fanatici erigono barriere e alimentano guerre persino seminando il terrore? […]

Il fatto che il Papa, con un guizzo di fantasia pastorale, voglia porre il suo documento sotto lo sguardo di Francesco, è di grande ispirazione. Il cammino di conversione del Santo di Assisi fu insieme la riscoperta del Vangelo sine glossa, nella nudità di quelle parole capaci di cambiare il cuore, e la riscoperta della fraternità, soprattutto incontrata nella figura dei deboli e degli scartati.

È il Santo stesso che a quest’ultima cosa fa riferimento, quando nel Testamento racconta la sua conversione. Non parla allora di speciali esperienze mistiche, nemmeno della celebre parola udita dal crocifisso di san Damiano ("Va’, Francesco, ripara la mia casa"), ma di quella sorta di "rivelazione" della fraternità che egli ebbe quando, davanti ai lebbrosi fino ad allora ripugnanti alla sua vista, sciolse le catene dorate del suo egoismo e aprì le braccia, anzi, l’abbraccio della misericordia.

Le parole con cui lo racconta restano toccanti e sconvolgenti: "Il Signore mi mandò fra loro (i lebbrosi) e usai loro misericordia. Allora, quello che in me era amaro, diventò dolcezza di anima e di corpo".

Un racconto che, nella sua sintesi stringata, ha la consistenza di un trattato di antropologia: non si diventa pienamente persone, almeno persone riuscite, gioiose, ricche di vita, se non nella misura in cui usciamo da noi stessi per accogliere l’altro e metterci a suo servizio, soprattutto accanto ai più poveri, i quali meritano a titolo speciale il nostro amore». (D.S.)

 

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fonte: Seraphicum Press Office