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Le apparizioni di Gesù risorto
16 Giugno 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 23)


Le apparizioni di Gesù risorto sono al centro del nuovo articolo di fra Domenico Paoletti per la rubrica “Corpo ed eternità” di San Bonaventura informa. Dopo aver trattato la trasfigurazione, ci si sofferma sulle apparizioni come "spiragli" per comprendere la corporeità eterna.

«Nell’ultimo numero di SBi ci siamo soffermati sulla Trasfigurazione per la trasformazione-cambiamento del corpo di Gesù che anticipa la trasformazione pasquale e dice che la corporeità eterna brilla di luce senza zone d’ombra manifestando il mistero “bello” dell’eternità. La trasfigurazione si ricollega a due segni della Risurrezione: le apparizioni e la vita nuova-trasfigurata dei discepoli.

Mentre il segno del sepolcro aperto e vuoto – l’abbiamo visto – rimane alquanto ambiguo e non costringe affatto a credere, la Risurrezione diventa vera e oggetto di testimonianza solo grazie all’incontro con il Risorto.

I discepoli non avrebbero potuto credere nella risurrezione del Crocifisso, se egli non si fosse manifestato a loro realmente, cioè con il suo vero corpo. La fede dei primi discepoli si fonda su esperienze irripetibili di incontro vivo con Gesù risorto, alcuni giorni dopo la crocifissione (o un paio di anni dopo, nel caso di Paolo). Il Nuovo Testamento descrive questo evento in termini di “apparizioni”, termine che richiama le antiche teofanie.

Nei vari racconti delle apparizioni è possibile distinguere una struttura ricorrente di tre momenti: l’iniziativa da parte del Risorto, il riconoscimento da parte dei testimoni e la missione. Per la Chiesa primitiva non è importante il sepolcro vuoto, ma la testimonianza di fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto. Infatti non il sepolcro vuoto, ma le apparizioni vengono menzionate nel kèrygma primitivo (cf 1Cor 15).

Occorre perciò soffermarsi brevemente sulle apparizioni, in prospettiva della corporeità del Risorto. Subito si impone la domanda fondamentale: che tipo di incontro è quello tra i discepoli e il Risorto? È la “quaestio” della corporeità della risurrezione che ci aiuta a capire lo stesso dato rivelato, il quale illumina il dato fenomenologico, e ci conduce a riconoscere come sia possibile assumere la nozione di risurrezione come pienezza relazionale della corporeità. La fede pasquale è frutto di una realtà di relazione (corporea) tra il Risorto e i discepoli. L’esperienza pasquale delle apparizioni è al tempo stesso un’esperienza di fede e un’esperienza che conduce alla fede. […]

Le apparizioni sono esperienze che, pur attraverso un linguaggio che resta inadeguato, ci aprono uno spiraglio per comprendere la corporeità della risurrezione: una specie di radicale salto di qualità in cui si dischiude una nuova dimensione della vita, in cui la stessa materia viene trasformata in una realtà nuova.

L’uomo Gesù appartiene ora totalmente alla sfera del divino e dell’eterno, anche con il suo corpo. I vari linguaggi espressivi della corporeità eterna trovano una analogia convergente attorno alla categoria “trasformazione”: il corpo di Gesù risorto resta lo stesso ma divenendo ciò che deve essere, secondo la vocazione della corporeità alla piena e totale comunione». (D.P.)


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fonte: Seraphicum Press Office