CONTATTI RICERCA FOTOGALLERY DONAZIONI
NEWS
torna alla home
Il vero significato della partecipazione alla messa
03 Giugno 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 5)


Durante la pandemia l’Italia si è fermata, interrompendo le proprie attività lavorative, impedendo gli spostamenti se non quelli dettati da assoluta necessità. Sono rimasti chiusi negozi, uffici, scuole e anche le chiese hanno dovuto sbarrare le porte ai fedeli durante le celebrazioni liturgiche. Una scelta non priva di controversie, accettata con spirito di sacrificio da molti presbiteri e fedeli, apertamente osteggiata da altri che vi hanno ravvisato una limitazione alla libertà di culto.

Per comprendere più a fondo questo periodo, senza precedenti e carico anche di contraddizioni, ci facciamo aiutare da fra Francesco Scialpi (nella foto), frate minore conventuale, presbitero e docente di Liturgia e Sacramenti.

La Chiesa è comunità, è partecipazione, è condivisione. Qual è, sotto l’aspetto più propriamente liturgico, il significato della partecipazione dei fedeli in situazioni ordinarie? E quale può essere e diventare in un periodo così particolare?
Bisogna innanzitutto chiarire qual è il fine della vita cristiana. Lo dice chiaramente la Preghiera eucaristica della riconciliazione I: “per renderci santi come tu sei santo”, questa chiamata alla santità significa essere e vivere da figli di Dio Padre: “perché i doni che ti offriamo diventino il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, Gesù Cristo, nel quale anche noi siamo tuoi figli”, ricorda sempre la Preghiera eucaristica della riconciliazione I. Lo siamo diventati nel battesimo e siamo chiamati a esserlo nella vita. Molte volte, dopo il Concilio Vaticano II, si è intesa la partecipazione come un fare qualcosa durante le celebrazioni liturgiche, un super attivismo, mentre lo scopo è quello di chiamarci a unire la nostra vita al sacrificio di Cristo: “offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti” (Sacrosanctum Concilium 48).

Il Protocollo sottoscritto da Governo e Conferenza Episcopale Italiana, per la ripresa dal 18 maggio delle celebrazioni liturgiche alla presenza dei fedeli, prevede numerose misure ritenute indispensabili per evitare la diffusione del contagio. Quale ripercussione può esserci sul piano dello svolgimento della liturgia?
È ovvio che l’adozione di numerose - e comprensibili - misure dettate dalla prudenza, apportano delle ricadute sia sulle modalità di accesso alle chiese, pensiamo agli ingressi contingentati, alla distanza da rispettare tra partecipanti, a un insieme di misure che non consentono in questo momento anche quelle occasioni di vicinanza e direi di spontaneità tra i membri della comunità. Ma anche sul piano più propriamente liturgico in quanto la celebrazione si avvale di diversi linguaggi, verbale e non, fortemente simbolici. Ne cito uno molto significativo, ovvero il momento della processione alla comunione che in questa fase è vietata, obbligando i fedeli che intendono comunicarsi a rimanere al proprio posto, in attesa del passaggio del presbitero.

Non si corre il rischio che le nuove modalità di partecipazione alle celebrazioni liturgiche, cui ha fatto riferimento, complice anche una certa preoccupazione per la presenza del virus ancora attivo, possano aprire la strada a una fede vissuta più individualmente?
La fede non può essere vissuta individualmente semmai personalmente perché nel primo caso significherebbe che metto la mia persona al centro, mentre nel secondo c’è la consapevolezza di non poter fare a meno dell’altro, sia che si intenda con la “a” minuscola sia con quella maiuscola. Se anche rimango a casa ma porto con me l’altro/l’Altro, allora significa che non è estrinseco ma che è parte di me, è in me. Non a caso l’apostolo Paolo nelle lettere sottolinea diverse volte l’espressione “io sono in Cristo”, questo dal giorno del mio battesimo. San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, mette in evidenza proprio questa dimensione comunitaria che è importante conservare sempre: “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra”.


Clicca qui per ricevere San Bonaventura informa, gratuitamente ogni mese, in formato digitale.



fonte: Seraphicum Press Office