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Suggestioni per la Chiesa del dopo
01 Giugno 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 2)


Si è discusso tanto, nel corso del lockdown, sulla sospensione delle messe con la partecipazione dei fedeli. Un tema che è rimbalzato di bocca in bocca, attraverso ferme prese di posizione, richieste e rivendicazioni, sino ad approdare alla stesura del protocollo per la ripresa delle celebrazioni dal 18 maggio scorso. Ma cosa ci lasciano questi mesi di confronto e anche di duro scontro all’interno della Chiesa? Fra Emanuele Rimoli offre, ai lettori di SBi, delle suggestioni per la Chiesa del dopo.

«L’impressione generale è quella dello scollamento. Tra la relativa serenità della routine dei riti e la situazione attuale; tra le disposizioni per le celebrazioni pasquali e il sentire del popolo che invocava la riapertura; tra la disarmante semplicità del Papa e i videomessaggi purtroppo rivendicativi di alcuni altri pastori; tra il dibattito teologico e le pratiche (pseudo/para/semi?) liturgiche dello streaming. E il motto #tuttoandràbene si è intromesso tentando di tamponare.

È vero, tutti siamo stati colti di sorpresa e ci siamo scoperti impreparati, ma è ancor più vero che Giuseppe d’Egitto aveva provveduto a riempire i granai in previsione della carestia, e il re Davide aveva raccolto tutti i materiali necessari affinché il figlio Salomone potesse costruire il tempio. Forse abbiamo avuto uno sguardo poco lungimirante? C’è un elemento che mi fa pensare di sì: litighiamo da ignoranti.

Lo shock della inattesa pandemia è stato acuito dalla chiusura delle attività, tra cui le chiese. Immediata e legittima la reazione addolorata – di presbiteri e laici – per non poter celebrare la messa. Reazione accompagnata da una serie di sine dominico non possumus – di presbiteri e laici – intensificati dai megafoni delle piattaforme social, purtroppo anche con pessimi risultati. [,,,]

Riconoscendo e rispettando l’autenticità della sofferenza di chi ha digiunato dall’Eucaristia, domando: non conosciamo altre forme di preghiera possibili quando non si può celebrare Eucaristia? Conosciamo altri modi di pregare che non siano la messa? Non solo, in vero spirito ecclesiale, ci siamo domandati come vivono la loro fede le comunità indigene che non hanno parrocchie di quartiere o hanno sacerdoti una tantum? E i cristiani perseguitati? Che spazi nuovi, propositivi e partecipativi si possono creare per vivere la fede in maniera più ampia e organica, e non ridotta alla sola messa? (acute l’analisi e le intuizioni delle “santelucie”). Le prime comunità cristiane si radunavano per ascoltare la Parola di Dio e spezzare il pane ma, mi si conceda la forse eccessiva generalizzazione, si direbbe che abbiamo segregato la prima nella seconda». (E.R.)


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fonte: Seraphicum Press Office