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La clausura religiosa e la clausura domestica
11 Maggio 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 5)


La clausura religiosa e la clausura domestica imposta dal lockdown: un insegnamento per giungere alla sapienza del cuore. A raccontare su San Bonaventura informa l’analogia tra vite chiuse fra quattro pareti, sono le Sorelle Clarisse del Monastero del Buon Gesù di Orvieto che ci propongono “domande esistenziali ed esperienze a cui il monachesimo da secoli ha dato risposta e che sono profetiche ancora oggi”: il rapporto spazio-tempo, l’uomo di fronte a Dio e agli altri, la minaccia della morte.

«Da quando l’intero Paese è entrato in questa “clausura domestica”, nel nostro monastero sono aumentate le telefonate di chi ci affida persone, nomi, volti, storie drammatiche di malattia, di solitudine da portare davanti al Signore e farci voce di chi non ha voce, ma sono in molti che – dopo aver sperimentato per qualche giorno le ristrettezze del rimanere in casa – ci hanno chiesto seriamente e ironicamente: “Ma come fate a vivere in clausura tutta la vita? Come fate a stare dentro dinamiche relazionali così strette senza uscire?”

Di fatto normalmente noi abitiamo ciò che gli altri rifuggono: il silenzio, la solitudine, il nascondimento, il permanere nei conflitti relazionali, l’attesa di Colui che ritarda… La motivazione che spinge ad una scelta di vita in clausura è solo la Persona del Signore Gesù e la clausura non è un fine ma solo un mezzo per custodire l’esperienza di un Presenza gustata e desiderata come assoluto.

Tale motivazione ha in sé – proprio perché non è un’idea, ma una realtà, è una Persona – la capacità di reggere l’urto del tempo, le logiche dell’egoismo e dell’apparenza che le stesse claustrali si portano dentro, ma soprattutto ha la capacità di protendersi oltre, perché la vita consacrata è finestra sui cieli nuovi e sulla terra nuova preparate e promesse ad ogni uomo. Il nostro rimanere è per attendere il ritorno del Signore.

Il monachesimo guarda il mondo e ciò che vi accade a partire dalla fine, anzi dal Fine. Da questa promessa di “cieli nuovi e terra nuova” prende spessore lo spazio e il tempo, le relazioni con gli altri e col creato, la domanda sulla fine e sul fine, il senso di ogni cosa. […]

Il monaco riceve l’oggi dalle mani di Colui “che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi” ogni giorno, ma a sera lo restituisce perché sa che non ha nulla di proprio. Attende l’alba di un nuovo giorno ogni mattino mentre “le cose ad una ad una riemergono dal buio” nel lucernario dell’aurora, perché egli sa che “tutto è sposa” come dice Guardini».


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fonte: Seraphicum Press Office