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La corporeità della Risurrezione
17 Aprile 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 19)


La corporeità della Risurrezione e il passaggio dalla precarietà a uno stato di gloria e di splendore è il tema che affronta fra Domenico Paoletti nella rubrica “Corpo ed eternità” di San Bonaventura informa. Una riflessione che si avvale dell’apporto dato dall’apostolo Paolo, l’autore che più riflette sul rapporto tra corporeità e risurrezione, tra corpo terreno e corpo risorto.

«La ragione di una domanda quale “corporeità eterna?” è legata al senso del nostro vivere, per il fatto che con il corpo, grazie al corpo siamo e viviamo. Tutto ciò che sperimentiamo e pensiamo passa per il corpo, e tutto terminerebbe nella tomba, se il corpo fosse destinato all’azzeramento, senza nessuna prospettiva reale di un modo di esistere anche dopo la morte. Il corpo che sperimentiamo è più del corpo: perché è coscienza, desiderio, pensiero, gioia, sofferenza, emozioni, sentimenti, amore …, in una parola, è eccedenza, è trascendenza nel suo stesso essere corpo.

Per i cristiani la dignità eterna della carne viene professata nell’ultimo articolo del Simbolo di fede, «Credo la risurrezione della carne e la vita eterna» che, considerato nella giusta prospettiva, illumina la domanda insopprimibile di eternità che è nel cuore dell’uomo e nel suo stesso corpo.

Credere nella risurrezione della carne non è astrazione iperuranica, ma concretezza fondata sull’evento della Risurrezione di Gesù: evento che coinvolge realmente il suo corpo anche se non vi si può ridurre, che è al centro dell’annuncio e della fede dei cristiani, con un ancoraggio all’evento veramente accaduto.

Senza questo rimarrebbe inspiegabile il passaggio dall’obiettivo scandalo sperimentato dai discepoli dinanzi alla morte di Gesù in croce alla certezza del fatto che Egli è risorto nel suo vero corpo, certezza espressa poi con la loro impavida testimonianza.
I testimoni mostrano di aver ricevuto l’apparizione del Risorto e di aver avuto con lui un vero incontro pasquale. […]

La Risurrezione di Gesù non è un semplice riprendere il proprio corpo, quello che si aveva prima di morire, come nel caso di Lazzaro; significa invece portare a compimento il senso e il valore della corporeità umana e terrena; la Risurrezione è cifra prospettica del compimento della corporeità, della vita e del mondo.

Noi siamo il nostro corpo; la corporeità (questa “eccedenza” del corpo materiale) è il luogo di incontro, di relazioni e di comunione. La nostra corporeità terrena mostra i limiti della incompiutezza, i limiti dello spazio e del tempo, l’esperienza della fragilità - come ci sta ricordando drammaticamente in questi giorni l’emergenza del Covid-19.

La corporeità terrena presenta anche i tratti dell’ambiguità, fino a poter diventare luogo inospitale, corporeità incomunicabile, doppia, violenta, egoista: tutto quanto Paolo racchiude nell’espressione «corpo di carne» e «corpo del peccato» (Rm 6,6). Cristo ha preso sul suo corpo, sulla sua carne, il nostro peccato, le nostre ambiguità, la nostra fragilità, i nostri limiti spazio-temporali, e con il suo amore fino alla morte, fino alla totale dedizione, ha vinto la morte liberando il nostro corpo da quanto poteva avere di corruttibile e ambiguo. Il corpo di Gesù risuscitato esprime il compimento del senso e del significato più profondo della nostra corporeità». (D.P.)


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fonte: Seraphicum Press Office