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Il rapporto spirituale di papa Wojtyła con padre Kolbe
02 Aprile 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 23)


Nel quindicesimo anniversario della nascita al cielo di Karol Wojtyła-papa Giovanni Paolo II, proponiamo l’articolo sul rapporto tra il Papa polacco e p. Massimiliano Kolbe, uscito nell’ultimo numero di San Bonaventura informa, nella rubrica “Giovanni Paolo II: dottrina e santità”. In vista del centenario della nascita di Wojtyła (18 maggio 1920), il nostro mensile sta dedicando al Papa polacco una rubrica a cura di fra Raffaele Di Muro, con la quale si intende approfondirne la spiritualità e il magistero.

In questo numero si mette in evidenza il legame con un altro santo polacco: san Massimiliano Kolbe, frate minore conventuale che “non morì ma diede la vita” nel campo di sterminio di Auschwitz, come amava rimarcare Giovanni Paolo II.


«Continuando il nostro percorso alla scuola della dottrina e della santità di Giovanni Paolo II nel centenario della nascita, ci pare significativo sottolineare il suo pensiero circa il martiro di san Massimiliano Kolbe (nel 2021 ricorre l’ottantesimo di questo eroico evento).
Prendiamo in considerazione tre brani tratti dall’omelia del santo Papa nel giorno della canonizzazione del suo illustre ed amato connazionale, il 10 ottobre 1982.

Papa Wojtyła sottolinea il senso della celebrazione e del dono della vita di fra Kolbe a favore di un padre di famiglia, presente, tra l’altro, quel giorno in San Pietro: “A questo definitivo sacrificio Massimiliano si preparò seguendo Cristo sin dai primi anni della sua vita in Polonia. Da quegli anni proviene l’arcano sogno di due corone: una bianca e una rossa, fra le quali il nostro santo non sceglie, ma le accetta entrambe. Sin dagli anni della giovinezza, infatti, lo permeava un grande amore verso Cristo e il desiderio del martirio. Quest’amore e questo desiderio l’accompagnarono sulla via della vocazione francescana e sacerdotale, alla quale si preparava sia in Polonia che a Roma. […]”.

Kolbe si offerto, si è donato, non è semplicemente morto. Infatti, evidenzia Giovanni Paolo II: “Massimiliano non morì, ma ‘diede la vita per il fratello’. V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore. E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore.

Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario”.

“Non morì, ma diede la vita”. È un’espressione celebre di san Giovanni Paolo II. Si può morire in tanti modi e per molteplici cause, ma donare la vita è un’altra storia. Solo chi ha fatto della sua vita un’oblazione, solo chi - passo dopo passo - ha reso la sua esistenza una generosa offerta a Dio e ai fratelli, giunge a rendere la propria persona un dono, conformandosi mirabilmente a Cristo. È la vittoria dell’amore, è l’apoteosi della sequela, è il trionfo della carità sulle miserie e oppressioni tipiche dell’egoismo.

Un santo ammira un altro santo! Questo è la testimonianza di papa Woytjła che, non solo legge le dinamiche della santità in Massimiliano, ma le fa proprie, esprimendole nel suo magnifico percorso di santità». (R.D.M.)


(Nella foto, Il quadro raffigurante p. Massimiliano Kolbe, donato da Giovanni Paolo II al Seraphicum).


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fonte: Seraphicum Press Office