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La vocazione al sacerdozio
28 Gennaio 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 34)


La vocazione al sacerdozio: una passione per l’eterno trasmessa nelle piccole cose è il tema dell’ultima testimonianza, raccolta da fra Roberto Liggeri, per questo ciclo di incontri della rubrica “Accenti vocazionali” di San Bonaventura informa.

«Molto è stato scritto sul sacerdozio fin dall’antichità dando al termine sacerdote significati differenti a  seconda delle diverse religioni. La fede cattolica, riconoscendo Cristo unico Re, Profeta e Sacerdote, prevede - insieme al sacerdozio battesimale di tutti i fedeli - il sacerdozio dei ministri ordinati “consacrati per predicare il Vangelo, pascere i fedeli e celebrare il Culto Divino”, compiti specificati dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium del Concilio Vaticano II.

In questo secondo caso non si può non parlare di una vocazione particolare, ma perché offrire la propria vita a questo servizio?
Per cercare di capire in modo semplice, senza alcuna pretesa di esaurire un tema complesso oggetto di studio di accademici più preparati di me, incontro don Paolo Tammi, 63 anni, ordinato sacerdote il 24 aprile del 1982.

Dopo 37 anni di esperienza in varie parrocchie romane, in particolare nella parrocchia San Pio X alla Balduina dove è stato viceparroco all’inizio della sua vita sacerdotale per poi tornare come parroco, ha ricevuto quest’anno l’incarico di preside del Pontificio Istituto parificato Sant’Apollinare con 400 studenti iscritti, tra scuola media e licei.

Mi rivolgo a lui perché so che la vita “per grazia e non per merito”, come lui stesso ama sottolineare, ha formato in lui un sacerdote molto attento alla dimensione umana. Paolo ha sentito il desiderio di approfondire la chiamata al sacerdozio a 19 anni, mentre studiava giurisprudenza all’Università.

Certo nel profondo di questa chiamata, ma faticando ad ammetterlo, ha cercato l’aiuto di guide preparate. Ha scritto al direttore di Famiglia Cristiana dal quale ha ricevuto una risposta che lo ha spinto a cominciare un discernimento di due anni insieme a un presbitero. […]

Per don Paolo resta comunque centrale la predicazione sulla Scrittura, che va preparata con cura iniziando a pregare dal lunedì per la domenica e sentendo i commenti dei teologi e di altri sacerdoti. Grato a don Paolo per la passione che mi ha trasmesso, pur vedendo nei suoi occhi la stanchezza di una vita vissuta a pieno, non posso non pensare a san Francesco che nel suo Testamento dedica parole di stima cariche di affetto per i “sacerdoti poverelli” perché tra gioie e dolori permettono a tutti noi l’incontro reale con “il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri”». (R.L.)


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fonte: Seraphicum Press Office