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Ritratto del profeta Geremia, oltre i luoghi comuni
20 Giugno 2019

Chi era il profeta Geremia? Quanto rispondono al vero certi ritratti caratteriali che ci sono stati tramandati? Fra Germano Scaglioni, docente di Nuovo Testamento, ci accompagna in una accurata ricostruzione della sua figura, oltre i consueti profili biografici.

«Di stirpe sacerdotale, Geremia nacque verso l’anno 650 a.C., ad Anatot, l’odierna Anata, un villaggio sei chilometri a nord-est di Gerusalemme. Il suo ministero profetico coprì un arco temporale di circa quarant’anni, da quando «a lui fu rivolta la parola del Signore al tempo di Giosia, re di Giuda, l’anno tredicesimo del suo regno» (626/627 a.C.) fino alla “deportazione di Gerusalemme, avvenuta nel quinto mese”, vale a dire nel mese di luglio del 586/587 a.C., quando Nabucodonosor, re dei babilonesi, distrusse la Città Santa e il tempio (Ger 1,1-3).

Geremia operò anche dopo, ma le informazioni sono incerte e frammentarie: si sa che non seguì i deportati a Babilonia, scegliendo di condividere il destino di coloro che erano rimasti. Dopo l’assassinio di Godolia, il governatore ebreo della Giudea nominato da Nabucodonosor, alcuni Giudei, per il timore di ritorsioni, si rifugiarono in Egitto, trascinando con sé l’anziano profeta. Qui, con buona probabilità, Geremia morì, in esilio, lontano dalla sua terra, ma vivo nella memoria dei posteri che guardarono a lui con ammirazione, considerandolo «amico di Dio e dei suoi fratelli» (2 Mac 15,12-16).

Nel corso della storia, tuttavia, una certa tradizione popolare che attingeva con superficialità alla Bibbia ne ha presentato un ritratto talvolta lontano dal vero. Con allusione a Geremia e al libro delle Lamentazioni a lui attribuito, il vocabolario italiano riporta il lemma “geremiade” per indicare “piagnisteo o discorso lamentoso e inopportuno”.

Nella Cappella Sistina, quella di Geremia (nella foto) è “una delle figure più tristi cui Michelangelo ha dato vita” (A. Bondelloni): il profeta è colto in atteggiamento riflessivo, concentrato sui propri pensieri, incurante di ciò che gli accade intorno. […]

Tuttavia proprio nel mezzo di prove che lo avevano ridotto allo stremo, si rivelò il fascino della sua personalità. Egli fu tentato di abbandonare il ministero profetico – “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome” -, ma la tentazione fallì perché aveva scoperto che “nel mio cuore c’era un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa: mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo" (Ger 20,9).

Egli doveva parlare: la Parola era più forte di lui, delle sue vicissitudini e di tutte le resistenze che incontrava. Come osserva Luigino Bruni, “Geremia è il profeta del tempo della notte, ma con un sole dentro che gli consente di vedere un’aurora diversa da quella che il popolo, illuso, vorrebbe vedere. E l’annuncia, la canta. Fino alla fine”». (G.S.)


Leggi qui l’articolo integrale (pag. 28).
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fonte: Seraphicum Press Office